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O santa Ma-adre, nel duro ago-one fa-a-ammi vincere il rio dragone!” È la strofa 14 della canzone religiosa popolare Mira il tuo popolo. Per arrivarci bisogna averne già cantate 13, dunque ci vuole almeno una lunga processione. Le vocali vanno strascicate, possono tenere da due a tre note: l’attacco è del tipo “o-o… issa!” con cui i portuali sollevavano pesi. Il duro agone è il difficile combattimento che la vita impone contro il male. Il rio dragone è il diavolo. Era uno dei canti popolari più eseguiti, anni fa; ancora adesso incontra il favore dei fedeli. Ho rispetto per ogni devozione, figurarsi per quelle popolari, che nascondono nella semplicità noncurante, spesso, sentimenti  di religiosità genuina. Ma davanti a questa preghierona dal concetto generico e dalla melodia sbrodolata, mi domando con un brivido: perché? Per secoli la Chiesa ha tenuto in grande conto la musica liturgica. Alle origini ha presto sviluppato quel miracolo che è il canto gregoriano, dove le parole si snocciolano quasi senza priorità, tutti insieme a una voce, in una concorde contemplazione, come se per pronunciare quei testi si dovesse far eco alla divina pace dei cieli. Poi, Con il canto a più voci, l’armonia della fede ha consacrato melodie d’ogni tipo, innalzandole a un significato di cui era pegno la bellezza: e canzoni persino licenziose davano spunto a queste trasfigurazioni. E si profilò  la doppia tendenza: affidare la musica a chi poteva conferire più bellezza, con la massa dei fedeli in ascolto, o far partecipare tutti con il canto.

melodie religiose messaAdesso siamo al punto critico. Nei paesi di lingua tedesca, dove conoscono bene la musica, nella messa risolvono affidando parti complesse e interludi organistici individuati come belli o di genere nobile agli specialisti, e corali tradizionali di stampo luterano anche a quattro voci ai fedeli che trovano sul banco la partitura vocale e la leggono tranquillamente, scegliendo una delle parti. Ma da noi?

Non c’e una memoria liturgica del passato che tutti sentano come propria, delegando moralmente gli artisti a eseguirlo. E quanto al cercare un repertorio adatto per cantare, ogni gruppo o generazione o ambiente ha il suo linguaggio. Quando ci si scandalizza perché a volte i ragazzi a messa cantano canzoni con le chitarre, non è perché così non esprimano la loro partecipazione, è perché quel linguaggio non ha il crisma storico della bellezza e pare a gran parte dei fedeli fastidioso e indegno. Che cosa si dovrebbe fare? Aiutare la gente ad apprezzare la grande musica del passato. Ma nel contempo far creare a chi è in grado un linguaggio d’oggi che sia naturale ma che esprima lo sforzo di elevarsi, il segno d’una testimonianza alta. Avviene? Figurarsi.

Nel Medioevo, quando si costruivano cattedrali, ogni arte, ogni mestiere era chiamato a dare il meglio. Adesso tutto è nelle mani della gerarchia. Sacerdoti e monsignori e qualche pio fedele loro accreditato scrivono composizioni futili, che un prete intonicchia al microfono sopraffacendo con quel mezzo le voci di tutti gli altri. Canzoncine bonarie che una parte dei fedeli canta alla buona, mentre gli altri, quelli che non sono stati mai allevati alla naturalezza del cantare insieme e si vergognano di farsi sentire ad alta voce, stanno zitti. Tanto che quasi viene da simpatizzare per il vecchio e buon dragone e la sua orribile melodia.

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