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Era il 2 Maggio 1630, mattina presto, quando il telefono trillò nella mia dimora di campagna sulle prime colline riminesi. Quel suono fastidioso mi colse impreparato… Chi poteva essere a quell’ora, specialmente di questi tempi mesti, con gli aliti delle peste che giungevano sino alla città di Forlì? Da oltre un anno eravamo rinchiusi nelle nostre case, ligi alle disposizioni del Legato dello Stato Pontificio, Cardinal Stefano Bonaccinus. Le sue guardie si aggiravano non solo nelle città, ma anche per i viottoli del contado seminando spesso il terrore in qualcuno che, in spregio alle ferree disposizioni ma mosso da reale necessità, osava aggirarsi oltre ai 350 bracci consentiti dalla propria abitazione. Era di pochi giorni prima notizia di un contadino fustigato per aver recuperato il suo aratro e un povero bove in un campo poco più lontano. Non contenti, gli scagnozzi frustarono anche l’incolpevole animale. La cronaca non riporta se, per ignoranza o per pietà, i soldati risparmiarono l’aratro dalla medesima sorte.

Con questi cupi pensieri, non ancora sincronizzati a dovere per il brusco risveglio, mi precipitai all’apparecchio che continuava nel suo suono imperterrito. Una vocina smarrita, dall’altra parte del filo, che forse aveva perso la speranza di ottenere una risposta, disse: ‘Andrea, sono Alessandro, Alessandro Grandi da Bergamo’.

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Alessandro Grandi (1590 – 1630)

Ora, potete immaginare la mia sorpresa nell’udir quelle parole! Non avevo più sue notizie da quasi quattro anni, esattamente dal Settembre 1626, quando avevo incontrato lui e Claudio (Monteverdi) in una taverna della città lagunare dove il secondo rivestiva l’incarico di Maestro di Cappella in San Marco e il primo ne era il suo Vice. È noto che fra i due non corresse buon sangue, specialmente negli ultimi periodi in cui si trovavano a lavorare insieme nella grande basilica. Claudio infatti aveva pubblicato, nel 1610, il suo famoso ‘Vespro della Beata Vergine’ come opera unitaria, composta come ‘unicum’ musicale mentre il mio amico Alessandro ne aveva assemblato uno, per scopi liturgici, usando brani da lui composti tra il 1610 e il 1625. Che il suo ‘Vespro’ fosse una specie di patchwork è confermato dall’assenza delle antifone cantate prima e dopo i Salmi e del Magnificat.

Orbene, durante quell’incontro di settembre, non appena Claudio se n’era uscito un po’ alticcio dalla taverna, entrai in possesso di una copia manoscritta direttamente dalle mani del mio amico che mi disse: ‘Tieni, dagli per favore un’occhiata, non sopporto che lui abbia composto un Vespro ed io no’. Diedi una rapida scorsa a quel mucchio di carta e poi, forse ingenuamente, gli risposi: ‘Alessandro, questi qua sono tuoi lavori precedenti, non puoi competere con Monteverdi…’.

La mia risposta lo irritò oltremodo, credo, in quanto lasciò quella fetida osteria indispettito ed urlandomi contro non so quali improperi, una mistura di vocaboli irripetibili che doveva aver appreso durante gli anni ferraresi mutuati dal consueto e forbito linguaggio dei veneziani.

Se non fossi convinto che era stato uno stratagemma per lasciarmi lì, solo, a saldare il conto di ciò che le due bocche fameliche avevano consumato e tracannato, probabilmente gli avrei ora abbassato, con grazia, la cornetta senza aspettare alcuna sua replica. Ma siccome ero conscio del suo carattere irruente ma genuino come ero anche in pena per lui che viveva da tre anni nella città orobica, bersaglio insieme a Milano della terribile pestilenza, aspettai che andasse avanti nella conversazione. ‘Ti ricordi del mio Vespro?’ – disse – ‘lo avevi guardato con sufficienza allora, ma devo dirti che ti sei sbagliato, amico mio, vorrei che tu lo pubblicassi’.

Tale notizia mi lasciò trasalito e con una punta di sdegno. Non era un capolavoro, forse una buona raccolta di brani, ma come era possibile investire tempo e denaro in un progetto di dubbia qualità? O mi stavo sbagliando? Dovevo controllare subito e potevo farlo perché la copia che mi aveva consegnato allora giaceva ancora in qualche cassapanca della mia cantina.

Mi sorprese però l’ultima cosa che mi disse: ‘Andrea, vieni a Bergamo per favore, la situazione è grave, la peste ci sta decimando e vorrei affidarti l’ultima revisione, quella che darai alla stampa’. Doveva essere folle per chiedermi questo, quando forse il tutto poteva essere discusso e visionato su Skypus, il nuovo sistema di collegamento tra lo Stato della Chiesa e il Ducato di Milano e Mantova. Una rapida consultazione ci diede la risposta che temevamo e che lui forse sapeva già: i Lanzichenecchi, nel loro cammino verso Mantova avevano divelto i cavi lasciando la popolazione a nord del Po’ priva di ogni sentore di ciò che stava accadendo a sud. Non mi rimaneva che partire.

Raccolsi l’indispensabile che potesse servirmi insieme a tutto una serie di varie mascherine, le PF4, FFPP1, TRP34, HMN67, che a seconda dei signorotti del posto era obbligatorio indossare per poter valicare il rispettivo confine. Ovviamente erano tutte uguali ma ogni duca o principe le fabbricava in proprio per intascare tasse e balzelli dal popolo. Infine, lo scrivano pontificio vergò un certificato nel quale dichiaravo che mi sarei recato, a mio proprio pericolo, nella città orobica per un ‘non ben precisato impegno di lavoro.’

La Peste a Milano nel 1630

Dopo due giorni di viaggio, costretto a cambiare calesse ogni poche ore, entrai nel Ducato di Milano. Vi assicuro che la situazione mi apparve in tutta la sua gravità, davvero simile a quella che avrei letto duecentotrent’anni anni dopo nel poema del Manzoni. Alle porte di Bergamo rimasi stupefatto e pensai che l’inferno doveva essere veramente lì, così simile a quello che Dante mi aveva raccontato tempo prima. Il terrore della contumacia e del lazzaretto aguzzava l’ingegno: non si denunciavano gli ammalati, si corrompevano i monatti e i loro soprintendenti; dagli impiegati del tribunale, deputati da esso a visitare i cadaveri, si ebbero, con denari, falsi attestati.

Alessandro doveva essere, se ancora vivo, rintanato nella canonica di Santa Maria Maggiore e così pensai di recarmi colà senza indugio. Feci scappare a gambe levate un povero passante al quale tentavo di chiedere un’indicazione ma fui fortunato nel vedere la cupola della basilica stagliarsi sul basso profilo delle altre abitazioni. Una volta sulla piccola piazza mi guardai intorno per cercare di scorgere un volto conosciuto o solo di aiuto. ‘Andrea sei arrivato, vieni!’, urlò una figura smunta dall’alto di una parete su cui si affacciavano piccole e semichiuse finestre. Fece un cenno con la mano indicando una porta alla sinistra del fabbricato ed io ricambiai il saluto, felice di vederlo, forse non in buona salute, ma vivo.

Non ci abbracciammo (le strette norme sul distanziamento sociale se non rispettate ci avrebbero provocato seri guai con le guardie) e parlammo tutto il tempo indossando la regolare mascherina in uso a Bergamo, la ORB22, che non avevo nella mia sacca e pertanto Alessandro generosamente se ne privò di una, donandomela di cuore.

Sapeva che sia io che lui avevamo il tempo contato per diversi motivi e pertanto il nostro dialogo si ridusse a trattare ciò per cui ero lì: la nuova edizione del Vespro della beata Vergine. ‘Vedi’ – mi disse ‘ho provato anche a farne una registrazione virtuale, volevo farti sentire la bellezza del suono riprodotto, oltre all’impressione che potevi trarne dalla carta; purtroppo non ce l’ho fatta, molti membri del coro sono morti di peste, e poi ci sono stati tanti problemi con il collegamento che funziona a singhiozzo. Sono tempi difficili, mio caro.’

Una commozione sincera mi pervase: ero lì, davanti a quell’uomo che era conscio di essere un guscio traballante sul mare in burrasca e che stava riponendo in me tutta la sua speranza di lasciare ai posteri un’opera che, se non bella quanto quella di Claudio, era comunque di ottima qualità e mostrava quelle caratteristiche di tanta musica sacra dell’epoca, una combinazione di prima e seconda prattica con un’attenzione molto forte al testo e ai suoi affetti.

La mattina dopo, trascorsa una notte insonne a parlare di quella musica, di come potevo aiutarlo, uscii dalla sua casa con la convinzione che sì, il suo Vespro sarebbe stato degno di pubblicazione!

Il viaggio di ritorno si rivelò molto meno difficile, tranne un incontro da lontano con i Lanzichenecchi nei pressi di Poggio Rusco. Esattamente cinque giorni dopo la mia partenza ero nuovamente a casa ed avevo tra le mani quei fogli che solamente nel 2007 consegnai a Rudolf Ewerhart, amico musicologo tedesco, che ne fece quell’edizione che noi tutti oggi ammiriamo.

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I Lanzichenecchi: le famose truppe mercenarie svizzere

Vi chiederete perché ho aspettato tanto tempo prima di decidere cosa fare. Non ho risposte a questa domanda… Probabilmente ho vissuto per molti anni con l’amletico dubbio se fosse meglio rendere comunque un servigio ad uno stimato musicista pressoché adombrato dal celeberrimo Monteverdi oppure privare il mondo di un’opera forse non così interessante da essere ascoltata.

Era una mattina di fine Giugno 1630 quando una telefonata dell’eminente dottor Ricciardo mi preannunciò della morte di Alessandro, di sua moglie e dei sui 10 figli per la peste che non dava ancora scampo…

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