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La maggior parte dei ricercatori ritiene oramai, con sicurezza, che i compositori del Rinascimento avessero compreso il concetto del vibrato che definivano però come un manierismo sonoro piuttosto che una tendenza naturale della produzione vocale.

Uno dei maggiori contrasti che derivano nel comparare il canto rinascimentale a quello moderno è l’idea che il vibrato non sia una caratteristica intrinseca del suono ma un qualcosa che può essere aggiunto a discrezione del cantante. A causa di questa discrepanza concettuale, la decisione di cantare o meno con il vibrato è una delle questioni principali che devono affrontare le moderne esecuzioni della musica antica.

Nel tentativo di spiegare la consapevolezza del vibrato da parte dei musicisti del Rinascimento, il musicologo americano Steven Plank ha confrontato il vibrato vocale con il tremolo dell’organo. Gli organari Girolamo Diruta e Constanzo Antegnati suggerivano che gli organisti aggiungessero registri tremolanti solo in circostanze particolari, come per brani lenti e tristi. In questa veste, il tremolo si può considerare come un’aggiunta ornamentale a musica altrimenti austera. I cantanti del Rinascimento probabilmente impiegavano il vibrato in un modo simile.

Ludovico Zacconi scriveva che i cantanti dovrebbero usare il vibrato con parsimonia. “Il tremolo (vocale) dovrebbe essere corto e bello, perché se è lungo e potente, stanca ed annoia.” Zacconi probabilmente si riferisce alla maggior parte dei compositori del suo periodo quando considera il vibrato come un ornamento, qualcosa che un cantante potrebbe aggiungere di volta in volta per scopi espressivi. Questi compositori credevano che la mancanza del vibrato nella voce producesse un suono ‘pulito’, condizione indispensabile affinché le linee polifoniche del brano potessero essere chiaramente udite. In realtà questa teoria continua ad influenzare molte esibizioni moderne della musica corale rinascimentale.

Anche le dissertazioni scientifiche sulla produzione del suono contribuiscono al dibattito. Andrea van Ramm, cantante specializzata in musica antica, affermava apertamente che “non esiste un cosiddetto vibrato naturale”. Definiva il vibrato come l’interazione controllata dei muscoli respiratori e dei muscoli della gola. Altri pedagoghi vocali affermano invece che il vibrato si presenta naturalmente nella voce cantata e che la vibrazione fisiologica dei muscoli della gola è causa del vibrato. Queste vibrazioni derivano dalla fluttuazione della pressione del fiato, che altera il suono. Il vibrato, quindi, altro non sarebbe che una variazione di intonazione, volume e intensità del suono.

Van Ramm sosteneva che le fluttuazioni create dal vibrato sono antitetiche alla musica rinascimentale. Raccomandava ai cantanti di limitare il loro vibrato attraverso il controllo della respirazione e il supporto del diaframma. Molti maestri di canto odierni sono piuttosto riluttanti a queste teorie perché credono che un cantante che fermi il proprio vibrato vada ad utilizzare muscoli estranei al controllo della loro voce. George Newton, pedagogo americano scomparso nel 1993, codifica l’argomento di questi insegnanti scrivendo che il vibrato nella voce di un cantante moderno deriva principalmente dalla bassa collocazione della laringe. Diceva: “Se un cantante consente alla sua laringe di ubicarsi in una posizione mediana della gola e quindi di sollevare la lingua per creare vocali nette e distinte, il tono della voce diventerà più luminoso e il vibrato diminuirà.”

L’opinione degli accademici sull’esecuzione della musica rinascimentale con il vibrato rimane comunque varia e controversa. In generale, tuttavia, sembra che vi sia una crescente accettazione che una leggera vibrazione della voce sia naturale ed espressiva.

Ellen Hargis sottolinea che la scienza vocale moderna indica il vibrato come una parte intrinseca di una voce cantante sana. A suo avviso l’unico vibrato incompatibile con il canto rinascimentale è quello che produce un’ampia variazione tonale o quello modificato intenzionalmente dall’esecutore. Ellen incoraggia i cantanti a sperimentare vari livelli di vibrato in modo da poterlo utilizzare come elemento di stile del repertorio rinascimentale.

Come citato in precedenza, sembra esserci una generale sincronia tra i compositori del Rinascimento secondo cui la produzione sonora ideale dovesse imitare la voce parlata. Pertanto, la funzione più importante del canto era la pronuncia delle parole. La tecnica del canto rinascimentale ha posto l’accento sulla chiara articolazione di consonanti e vocali. Per facilitare questo obiettivo, i cantanti del Rinascimento si sforzavano di emettere un suono dolce e piacevole senza anormalità che potessero derivare da sforzi muscolari o permettendo il deflusso dell’aria dalle fosse nasali.

 

Bibliografia:

L. ZACCONI, Prattica di Musica (Venezia, Bartolomeo Carampello, 1596)

S. PLANK, Choral performance (The Scarecrow Press, Inc., 2004)

E. HARGIS, Appunti da un Seminario

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