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Avrei dovuto incontrare ed intervistare il grande Maestro inglese durante il suo workshop previsto a Parma il 15 Marzo 2020. Tra i tanti effetti della pandemia, dobbiamo registrare anche questo triste rimando. Avevo conosciuto John diversi anni prima in occasione del World Choral Games di Riga e poi avevo cenato con lui al Trinity College di Cambridge. Certo della sua gentilezza e dei suoi modi così ‘British’ non avevo dubbi sul fatto che acconsentisse ad un’intervista via posta elettronica. Eccone il risultato.

AA: John, hai una magnifica carriera come compositore. Qual è il tuo attuale approccio al mondo corale amatoriale?

JR: Adoro scrivere per cori amatoriali e lavorare con loro. Penso anche che sia importante attirare nuove persone nel mondo del canto corale; per molti anni ho guidato le giornate ‘Venite e Cantate’ per chiunque volesse semplicemente godersi una giornata di canto, esplorare il repertorio corale e provare il meraviglioso piacere di essere in un coro. È un bene che ora abbiamo un certo numero di cori e gruppi vocali professionisti in tutto il mondo, ma ricordiamo che la stragrande maggioranza dei cori è composta da bambini, studenti o dilettanti. Non tagliamoci fuori da loro, non guardiamoli dall’alto al basso.

Cominciamo dall’inizio dell’avventura … Ricordi come sei entrato in contatto per la prima volta con la musica corale?

Avevo quattro anni! Nella mia scuola materna, ogni giorno iniziavamo con il canto tutti insieme. Mia madre, quando ha ricevuto il primo resoconto sul mio andamento scolastico, per la disciplina della musica ha trovato questa dicitura: ‘John canta bene se canta piano’. Dovevo essere stato troppo entusiasta! Ho scoperto presto che non ero bravo nello sport, come ad esempio il calcio, ma ho avuto una grande soddisfazione nelle fila del mio coro scolastico: facevo parte di una squadra e potevo contribuire utilmente ad uno sforzo comune. E non si diventa infreddoliti, sudati e infangati per cantare in un coro! Mi è stato detto che avevo una bella voce acuta da soprano e che avrei potuto fare il provino per diventare un corista della cattedrale ma all’età di otto anni non ero sicuro di voler stare in un collegio (in Inghilterra la maggior parte delle scuole di coro delle cattedrali sono collegi) così mi sono unito al coro della cappella della mia scuola. Era un coro di livello pregevole in cui potevo cantare lo stesso tipo di repertorio (Palestrina, Byrd, Monteverdi, Bach, Brahms e altri) che avrei sperimentato in un coro di una cattedrale. Crescendo, e di conseguenza cambiando la voce, sono passato a cantare in ogni registro e ci sono alcuni brani di musica sacra (come Sicut Cervus di Palestrina) di cui credo che, una volta o l’altra, ho cantato ogni parte.

Dirigere, cantare, comporre, arrangiare… quattro diversi aspetti di un musicista che vuole dedicare la sua vita alla musica corale. È possibile diventare un vero esperto in tutto o è forse meglio perseguire solo una cosa?

Ho sempre creduto che se vuoi diventare ricco e famoso, devi concentrati su una cosa e perseguirla ossessivamente. Se vuoi avere una vita interessante e appagante, devi fare tante cose diverse, qualunque cosa ti interessi. Non sono molto interessato al denaro o alla fama, ma mi interessano molti aspetti della musica: comporre, arrangiare, orchestrare, dirigere, parlare di musica, fare e produrre registrazioni. . . il cervello è un grande ripostiglio e c’è spazio per molte idee ed abilità. E credo che ogni ramo della musica ne nutra un altro: penso che probabilmente compongo meglio perché ho una lunga esperienza di direzione, scrivo meglio per le voci perché scrivo anche per orchestre e strumenti solisti, sono un produttore discografico migliore perché capisco come ci si sente ad essere un artista. Non c’è niente di sbagliato nella specializzazione, ma per quanto mi riguarda non credo sia necessario specializzarsi. È stato Leonardo da Vinci a dire ‘Nihil humanum a me alienum puto’ (Nulla che sia umano mi è estraneo, ndr). Stava dicendo che tutto era interessante per lui. Una buona massima.

Il repertorio corale è enorme: dalla polifonia alla musica contemporanea attraverso la  musica barocca, romantica, lirica, gospel, seriale. I cori dovrebbero tentare di fare tutto o, se specialisti, quali dovrebbero essere i criteri per scegliere gli stili che andranno ad eseguire?

Questo dipende quasi esclusivamente dalla personalità e dall’esperienza del direttore. Affidato alla giusta direzione, un coro può padroneggiare la musica di quasi ogni stile, ma se il direttore ha un’affinità speciale per un particolare tipo di musica, forse è meglio concentrarsi su di essa piuttosto che perdere tempo con musica con la quale il direttore non ha un feeling: la mancanza di connessione si trasmetterà ai cantanti. Certo, a volte sia il coro che il direttore possono fare un viaggio di scoperta insieme. Ricordo la prima volta, molti anni fa, in cui ho diretto il Requiem di Brahms! All’epoca non ero sicuro di averlo ‘capito’. Con il progredire delle prove è stato emozionante sia per il coro sia per me rendermi conto di che favoloso lavoro si trattasse. A volte bisogna scartare il pacco prima di trovare il tesoro all’interno.

Parliamo ancora del repertorio. Oggi c’è spesso un dibattito sul modo di comporre musica corale. A volte sembra che i compositori non abbiano la possibilità di affermare il loro stile, ma soprattutto devono seguire ciò che il mercato della musica richiede. Per approfondire: il 90% dei cori sono dilettanti; questo influisce sulla possibilità di eseguire musica molto complicata. Stiamo perdendo la musica del nostro tempo?

È vero che scrivere musica corale rappresenta una sfida speciale. La maggior parte delle orchestre di tutto il mondo sono formate da professionisti esperti e puoi scrivere qualsiasi cosa, non importa quanto complicata e difficile, e loro la suoneranno. La maggior parte dei cori, come ho detto precedentemente, non sono professionisti e il loro livello di abilità musicale e tecnica è molto diverso. È importante che i compositori di musica corale conoscano il coro, o il tipo di coro per cui stanno scrivendo e quante prove saranno in grado di fare. È bello chiedere uno sforzo ai tuoi artisti perché se tutta la musica che andranno a cantare si trova in una zona a loro confortevole, senza troppe sfide tecniche, si annoieranno. Se invece è molto al di là delle loro capacità (e dell’abilità del direttore), si scoraggeranno e il brano non sarà ben eseguito. È un atto di bilanciamento. In generale, trovo nello scrivere musica corale che devo presentare le mie idee nella forma più semplice possibile, togliendo tutta la complessità non necessaria. In realtà è più difficile scrivere un brano semplice che complesso, perché più semplice è la musica, più questa resta nuda davanti all’ascoltatore e maggiore è il rischio che sia banale. Non abbiamo lo spazio qui per discutere in profondità la divisione che si è aperta (qualche volta nel diciannovesimo secolo) tra la musica d’avanguardia e le forme di musica popolare. All’inizio del diciannovesimo secolo, Schubert poteva scrivere sia sinfonie serie che musica leggera da ballo, usando lo stesso linguaggio musicale. Verso la fine di quel secolo, si può tranquillamente affermare che Johann Strauss non avrebbe potuto scrivere Tristano e Isotta e Wagner non avrebbero potuto scrivere Il Danubio Blu. Fino ai tempi di Mahler, nessun compositore avrebbe potuto sopravvivere senza un forte attitudine per la melodia; nel ventesimo secolo, Stravinsky confessò ‘Non ho il dono della melodia’, ma nel suo mondo compositivo, non importava perché la musica da concerto e l’opera avevano preso una direzione diversa, mentre la musica melodica trovava posto nel mondo dell’operetta e della canzone popolare. La melodia è importante per me – penso che la musica dovrebbe essere radicata nelle due attività umane fondamentali del canto e della danza – e quindi mi descriverei come metà compositore e metà cantautore. Più un compositore tende a scrivere canzoni, più distante è il lavoro del compositore dal mondo dei concerti e dell’opera di oggi, ma chi può dire che il linguaggio di quelle forme è veramente ‘la musica del nostro tempo’? In una conferenza a cui ho partecipato a Roma, ho posto la domanda: ‘Quando si scrive la storia della musica italiana del ventesimo secolo, i più importanti compositori citati sono Luigi Nono e Luigi Dallapiccola o Ennio Morricone e Nino Rota?’ Credo che non ci sia più una corrente principale musicale, solo molti flussi che occasionalmente scorrono insieme ma che sono spesso separati. Viviamo in una società diversa e fintanto che ci rispettiamo e impariamo gli uni dagli altri, va bene.

Secondo te, c’è un luogo adatto per ogni tipo di repertorio? Il mio amico Peter Phillips (direttore dei Tallis Scholars) una volta mi disse che non esiste una connessione specifica tra il testo e il luogo in cui canta un coro. È possibile per te rendere attraente un mottetto sacro in una sala da concerto?

È paradossale che il grande pubblico appassionato di musica sacra lo si trovi oggigiorno nella sala da concerto oppure in ascolto di un CD! Palestrina o Victoria non si sarebbero mai aspettati che le loro Messe sarebbero state ascoltate nelle sale da concerto, con tutti i movimenti che si susseguivano direttamente l’uno dopo l’altro, ma il mondo è cambiato dai loro tempi. È sempre meglio se la musica viene ascoltata nello stesso tipo di impostazione acustica per cui è stata scritta. Certamente preferisco sempre eseguire il canto gregoriano e la polifonia rinascimentale nelle chiese riverberanti – e non tutti i riverberi sono uguali. Le chiese di marmo per le quali Palestrina ha scritto danno un riverbero luminoso e risonante che si adatta alle parti alte di tenore, come ad esempio nella Missa Papae Marcelli, mentre le chiese di pietra in cui William Byrd ha lavorato hanno un riverbero più scuro che si adatta idealmente alla sua musica corale. Non possiamo sempre ricreare il contesto liturgico della musica sacra, ma a volte è una buona cosa. Immagino le chiacchiere delle congregazioni e il tintinnio degli incensieri nella chiesa romana o le interminabili prediche nelle chiese di Bach. Forse è preferibile sedersi in silenzio e godersi la bellezza della musica sacra eseguita in concerto dai Tallis Scholars!

La musica corale è una grande rete. Ci sono molte organizzazioni che stanno costruendo ponti tra i Paesi per rendere il mondo un luogo migliore attraverso la musica corale. Come tu saprai ci sono stati esempi di ‘rivoluzioni cantanti’, anche solo trenta anni fa. Di recente, l’Inghilterra ha deciso di uscire dall’Unione Europea. Due diversi atteggiamenti? Qual è la tua percezione?

Mio Dio! Se solo il mondo fosse nelle mani dei musicisti piuttosto che in quelle dei politici… Avremmo più armonia, per cominciare. I musicisti sanno che viviamo in un unico mondo e che siamo tutti collegati da vincoli di umanità che vanno oltre la politica e i confini nazionali. Dobbiamo sentirci cittadini del mondo!

L’ultima domanda, probabilmente la più complicata. Cos’è la musica corale?

La risposta più semplice è che è musica scritta per più voci per essere cantata insieme. La domanda più profonda è cosa significhi nella nostra società; io la vedo come espressione delle nostre anime e del nostro insieme sociale. L’ho detto molte volte, ma la musica corale unisce le persone e porta le persone a stare insieme. Può attingere a un sorprendente repertorio che risale a più di mille anni e molti paesi, e può essere qualsiasi cosa, da un piccolo gruppo madrigalista sino ad un potente coro massivo che canta la Nona di Beethoven. Porta una straordinaria soddisfazione fisica, emotiva e spirituale per coloro che vi prendono parte. E, come una volta disse l’autore inglese Kingsley Amis, è la cosa più divertente che puoi fare con i tuoi vestiti addosso!

 

 

 

 

 

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