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Brumel: Missa Et Ecce Terrae Motus

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BrumelCari lettori, i tristissimi fatti di questi giorni, mi riferisco alla tragedia del terremoto in centro Italia, mi hanno riportato alla mente una composizione di Antoine Brumel, la Missa Et Ecce Terrae Motus che è stata giustamente famosa durante la vita del compositore e che rimane una delle meraviglie della scrittura corale rinascimentale, sia per la sua insolita scrittura a 12 voci e sia per la sua attenzione al dettagliato fraseggio melodico che si pone sorprendentemente in contrapposizione a lunghi tratti di blocchi armonici in lento movimento.

Anche se questa opera non ha assolutamente nulla a che fare con i terremoti (il suo cantus firmus è preso dall’antifona pasquale “Ed ecco, avvenne un grande terremoto”; l’antifona fa riferimento alla reazione del creato di fronte alla resurrezione di Cristo), se si vuole essere piacevolmente ed indimenticabilmente ‘scossi’, basta ascoltare l’ultimo brano di questa composizione, circa sette minuti, ovvero l’Agnus Dei finale. Nulla in tutta la musica rinascimentale può superare ciò per la sua pura potenza emotiva e per l’impressionante padronanza delle forze musicali. E, francamente, nessun compositore né prima né dopo ha così efficacemente sostenuto un’idea basata su un testo (Sibelius ha raggiunto un simile risultato orchestrale con la conclusione della sua Seconda Sinfonia); probabilmente i più vicini sono stati William Byrd e Vaughan Williams nelle loro rispettive Messe. Capirete cosa intendo quando ascolterete questo Agnus Dei di Brumel, con la sua infinita cascata di tessuti armonici, riccamente colorati e densamente strutturati, condito ed aromatizzato con vortici di melodie.

Un ascoltatore casuale della Missa Et Ecce Terrae Motus, confuso in un primo momento dal dettaglio brulicante dei modelli ritmici, potrebbe avvertire soltanto alcune armonie piuttosto deludenti. Un ascolto ravvicinato rivelerà perché Brumel scelse di scrivere in così tante parti: aveva bisogno di loro per decorare i suoi colossali pilastri armonici. Così facendo egli abbandonò in modo efficace la polifonia nel senso delle linee melodiche indipendenti ma correlate, facendo invece ricorso a sequenze e figurazioni che erano atipiche del suo tempo. L’effetto può anche essere simile a quello dell’arte islamica: statica e non-rappresentativa, instancabilmente creativa nell’uso di disegni astratti, che vengono intensificati dalla loro ripetitiva applicazione. Questo stile di scrittura è così efficace che chiunque lo volesse paragonare a Spem in Alium di Tallis non sarebbe in grado di comprendere la necessità di aggiungere le ‘restanti ventotto parti’.

 

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